(...) Il timor di Dio viene addirittura deriso e bandito nel nostro contesto storico-culturale, che vorrebbe tutto facile e senza dramma. Filosoficamente esso si fonda su due fattori: a) l'impossibilità per l'uomo di conoscere fino in fondo il Mistero ("le Mie vie non sono le vostre vie", "nubi e tenebre Lo avvolgono"), per cui è bene "temere", come un escursionista che non conosce una certa montagna fa bene ad essere attento e docile alle indicazioni della guida; b) sulla inadeguatezza dell'uomo ad essere sé stesso, come pure dovrebbe.
Per S.Bonaventura è importante che il cristiano coltivi questo dono, perché il cammino della vita non è facile o automatico, ma un reale dramma. Esiste infatti la possibilità reale che l'uomo non consegua il suo compimento. (...) La descrizione del Santo è lontana dalla sensibilità attuale, ma importante è il suo netto giudizio sul carattere drammatico della vita, che deve tener desta una continua vigilanza (come disse Giussani a Rimini nell'85: "vi auguro di non essere mai tranquilli").
L'esito ultimo del dono del timor di Dio sono, paradossalmente, la sicurezza e la fiducia: "chi non teme Dio, ha da temere da parte di tutto e di tutti; ma chi teme Dio, possiede qualcosa che nessuno gli può togliere" cioè Dio stesso.
Nessun commento:
Posta un commento